DISPENSA DI ARRAMPICATA SPORTIVA
CORSO PER INSEGNANTI DI ED. FISICA
Relatori professori G. Angeloni e E. Verzeri

Dedicato a:
“quelli che, nati piromani,
non vogliono morire pompieri”
CONSIDERAZIONI
GENERALI
La
macchina del tempo______________________________Pag. 3
Arrampicata
sportiva_______________________________
“ 6
Alpinismo e arrampicata____________________________ “
6
Uso dei
piedi______________________________________ “ 10
Uso delle
mani_____________________________________
“ 13
C.N.S.A., Tecnica di roccia, C.A.I.
DISEGNI DEL MITICO ALESSANDRO MELONI (MELA)
LA MACCHINA DEL TEMPO
( IMPROBABILE PREISTORIA E
STORIA DELL’ ARRAMPICATA )

DIO non era così sprovveduto come l’hanno presentato nelle sacre
scritture. Infatti l’albero proibito non era così a portata di mano da poter
prenderne le mele senza sforzo, ma era un albero altissimo e impossibile da
salire, almeno per un vecchio ben in carne, con una lunga barba che
s’impigliava in ogni dove, un abito non certo comodo per arrampicare e gli
acciacchi di chi ha da secoli passato l’età dell’infinito. L’ordine di non
raccogliere le mele di tale albero probabilmente era dettato da invidia, ma di
questo non possiamo essere certi.
Possiamo invece essere certi del fatto che il primo sport dell’umanità
fu il tree-climbing (arrampicata dell’albero), per intenderci, quello che
praticò l’agile Eva per cogliere il frutto proibito.
Siamo anche certi che il secondo sport fu la corsa
veloce, quella che Eva praticò per sfuggire all’ira di Adamo infuriato non
tanto per gli strali del creatore, ma per il fatto di aver rischiato il
soffocamento per un boccone di mela acerba. E supponiamo quasi con certezza che
il terzo sport fu il pugilato, nato nel momento stesso in cui Adamo raggiunse
Eva, se la raggiunse, e ammesso che la sventurata non conoscesse ancora le
muliebri arti di convincimento dello sprovveduto maschio.
Ma torniamo allo” sport originale”: l’arrampicata.
Dopo la poco invidiabile performance di Eva, fu
considerato sport portatore di sventure e quindi passò in disuso per millenni,
finché la selvaggina cominciò a scarseggiare nella comoda pianura e qualche
intraprendente si spinse sulle sconosciute montagne in cerca di qualcosa da
mangiare, scoprendo che quei luoghi erano abbondantemente popolati da animali
di varie famiglie. E, così come Eva, stanca di mangiare sempre piume d’angelo
all’incenso ( unico piatto servito al ristorante Eden ) salì l’albero proibito,
i più coraggiosi ( o affamati ) cacciatori salirono le pendici dei monti per
inseguire lepri, caprioli, cervi ecc.
Qualche sfaccendato, dopo aver inutilmente rincorso
selvaggina, cominciò a guardarsi attorno e scoprì che non era poi tanto male:
c’erano prati, boschi, creste, pareti al di là delle quali il mondo poteva
essere completamente diverso o finire, insomma un mucchio di curiosità che
avrebbero giustificato l’idea di salire una pericolosa montagna. Ma non agli
occhi di un ansiosa moglie! Così alcuni cominciarono a parlare di gustosi
animali che frequentavano ghiacciai e pareti, ma vennero presto tacciati di
eresia e condannati al rogo. L’alpinismo ebbe così un’altra battuta d’arresto
finché, intorno alla metà del diciassettesimo secolo, non arrivò il signor
Evangelista Torricelli che, per giustificare le sue scappatelle in montagna,
architettò la scusa di dover verificare la precisione della sua nuova
invenzione: il barometro. Questo strumento diventò presto il lasciapassare per
l’attività alpinistica di migliaia di persone, tanto che in poco tempo le cime
delle montagne più frequentate vennero ricoperte da una distesa di cocci di
vetro, materiale con il quale venivano costruiti i barometri. Infatti, accadeva
che gli scienziati alpinisti, giunti in vetta, lasciassero maldestramente
scivolare dalla mano il tubo di vetro per poter avere la scusa di comprarne un
altro e di conseguenza l’opportunità di verificarne il funzionamento salendo
un’altra montagna. Le azioni delle aziende costruttrici di barometri andarono
alle stelle, innescando il meccanismo della rivoluzione industriale che permise
ai ricchi imprenditori inglesi di
venire in Italia ad esplorare e salire le principali cime delle dolomiti. Già,
perché gli italiani, rovinati dal fatto che i barometri vennero
successivamente costruiti con
vetro infrangibile, tornarono
a lavorare per potersi nutrire o, nei casi più
fortunati, diventarono guide per i ricchi alpinisti inglesi.
Intanto, nell’agosto del 1886, i signori Balmat,
cercatore di cristalli, e Paccard, medico, raggiunsero la cima del Monte Bianco
intascando la “taglia” che lo strano signor De Sassure aveva posto su tale
montagna, ma ponevano anche fine alla preistoria dell’alpinismo per cominciarne
la storia.

Una storia fatta di
epiche conquiste, di lotte all’estremo delle forze, di micidiali disgrazie, di
pareti assassine, di problemi nuovi, di polemiche sempre più animose quanto
sterili. Il primo grosso scandalo fu dato dall’uso della corda, poi del chiodo,
del moschettone, dei ramponi prima a 10 e poi a 12 punte, delle staffe, del
chiodo a pressione, ad espansione, dello spit, ecc. L’evoluzione fece si che si
passasse dalla salita delle principali vette per le via più facile, alla salita
dei vari versanti della stessa montagna, degli spigoli, poi delle linee più
logiche come camini, diedri, fessure,
le linee a “goccia d’acqua cadente” ( con o senza vento?), le grandi placconate
senza l’uso di mezzi artificiali e chiodi a pressione, il “free-climbing”
(salita spingendo l’arrampicata libera oltre i limiti delle difficoltà
classiche ), il cleen-climbing ( salita con l’utilizzo di dadi da incastro invece dei chiodi di assicurazione ), per
arrivare all’arrampicata sportiva e la conseguente perdita di importanza della
vetta a favore del puro piacere dell’arrampicare iperprotetti potendo così
azzardare i movimenti più assurdi ma spesso risolutivi, cambiando totalmente lo
stile d’arrampicata classica.
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ARRAMPICATA
SPORTIVA |

Generalità - L’arrampicata è la ripresa di una
motricità di base, per altro
molto istintiva, che, partendo forse
dallo stesso istinto primitivo che ci ha trasformati in bipedi, si manifesta
con attività caratteristica dei primi anni di vita. Il bimbo che usa gli arti
superiori per passare dalla quadrupedia alla stazione eretta, che arrampica
sulle sedie e sui divani per vedere oltre, o che arrampica sugli armadi della
cucina a caccia di dolciumi e cibo, si proietta nell’adulto che sale sempre più
in alto per godere di orizzonti più ampi e, successivamente, scopre il piacere
del gesto indipendentemente dall’obiettivo di una cima.
Alpinismo e
arrampicata
- E’ molto importante non confondere queste due attività, anche se sono più che
complementari. Le differenze maggiori stanno nella condizione psicologica che
si differenzia completamente. Arrampicare su una struttura artificiale o
naturale, perfettamente attrezzata e quindi sicurissima e confinata, non può
essere paragonato al salire una parete. In quest’ultimo caso, è spesso
necessario porre in loco assicurazioni poco affidabili con roccia malsicura; Vi
possono essere inoltre problemi di scelta del giusto itinerario, condizioni
atmosferiche mutevoli, difficoltà di ritorno
in caso di impossibilità di progressione. Un passaggio di sesto grado in
palestra, in massima sicurezza, non è simile ad un analogo passaggio effettuato
su una parete con centinaia di metri sotto i piedi, chiodi vecchi poco sicuri e
l’impossibilità di sapere cosa ci aspetta oltre. Tutto questo viene espresso
per dissuadere chi pensa di essere pronto per l’alpinismo avendo superato in
palestra o falesia passaggi di difficoltà estreme. L’alpinismo richiede
conoscenze tecniche, esperienza e preparazione psicologica non acquisibili con
l’arrampicata sportiva, che rimane comunque un bellissimo gioco.
REGOLE DI
GIOCO -
L’obiettivo dell’arrampicata sportiva è quello di risolvere il problema
motorio, rappresentato dal salire una parete, utilizzando unicamente la propria
abilità, sapendo che gli errori vengono comunque rimediati dalla corda alla
quale si è legati e dalla responsabile attenzione di un compagno. Gli spit
(particolari chiodi molto sicuri), che si possono trovare in falesia ma anche
sulle migliori strutture artificiali, servono solo per evitare pericolose
cadute a chi sale con la corda dietro (primo di cordata), mentre non dovrebbero
essere usati come appigli ai fini della progressione.
QUALITA’
PSICO-FISICHE - Come tutte le attività sportive, anche l’arrampicata richiede
qualità psicofisiche che condizionano il risultato. Le più importanti sono:
forza, coordinazione, scioltezza, intelligenza motoria, autocontrollo.
La forza - Permette
all’arrampicatore di innalzare il proprio corpo sfruttando le rugosità della
parete. Questa qualità viene utilizzata come forza pura (innalzamento) e come
forza resistente, indispensabile per poter rimanere aggrappati a lungo ai
piccoli appigli. I distretti muscolari che più vanno allenati sono quelli
dei flessori delle dita, che devono
sviluppare una forza di tipo isometrico (statico) e i muscoli del braccio e del
cingolo scapolo-omerale. Inoltre devono essere potenziati anche tutti gli altri
gruppi muscolari, che devono contribuire come “stabilizzatori” o “sinergici”
nella ricerca delle posizioni più idonee. Questa qualità è molto migliorabile
sia con la pratica dello sport in questione, sia e soprattutto con allenamenti
specifici supportati da sovraccarichi.
La
coordinazione
- E’ la qualità neuro-muscolare che permette di effettuare movimenti o mantenere
posizioni limitando al massimo la contrazione dei muscoli antagonisti ( quelli
che si oppongono all’azione attiva dei muscoli deputati al movimento),
aumentando così il rendimento del gesto. La coordinazione permette quindi di
risparmiare energia, favorendo una gestualità più armonica e precisa.
Questa qualità è migliorabile con l’attività e con
esercizi in cui si richieda la concentrazione sulla corretta utilizzazione
dello sforzo.

La scioltezza articolare - Permette di allargare la gamma di
utilizzazione di appigli e appoggi e di mantenere posizioni di riposo che
servono al recupero di energie e a decontrarre gli arti superiori. E’
importante la mobilità dell’articolazione coxo-femorale per poter assumere
divaricate sempre maggiori e poter mantenere il bacino molto vicino alla parete
quando questa è verticale e gli appigli sono ridotti. Una colonna vertebrale
mobile permette di utilizzare appigli molto laterali. Spalle mobili permettono
la ricerca di appigli posti sopra uno strapiombo. La mobilità è migliorabile
con allenamenti che agiscono sui muscoli, sui tendini e sulle capsule
articolari. Il grado di miglioramento varia da persona a persona; si ottengono
comunque buoni risultati su persone molto giovani e gradualmente peggiori con
il progredire dell’età.
L’intelligenza
motoria -
Permette una corretta valutazione della possibilità di equilibrio nello
sviluppo della progressione evitando di provare più volte un passaggio per
problemi di stabilità nella nuova posizione. Rende quindi più fluida e meno dispendiosa
la salita. E’ una caratteristica molto istintiva e può essere migliorata
arrampicando molto e su vie sempre diverse.
L’autocontrollo
- E’
determinante come in poche altre attività sportive. Trovarsi con i piedi
lontani da terra e le braccia stanche pregiudica pur con la corda davanti tesa,
la concentrazione necessaria all’impostazione del passaggio successivo. Un buon
autocontrollo deve permettere la serena valutazione di tutte le possibilità di
progressione, anche e soprattutto in condizione di stanchezza. E’ una qualità
che migliora con l’abitudine a stare in parete.
CONSIDERAZIONI
FISIOLOGICHE APPLICATE ALL’ARRAMPICATA - I problemi fisiologici sono maggiormente
riferibili agli arti superiori, in quanto sopportano carichi di lavoro molto
elevati.
1) La
muscolatura degli arti superiori ha massa minore di quella degli arti inferiori e di conseguenza può sopportare
sforzi minori. Un buon arrampicatore saprà quindi gestire il lavoro deputando,
quando è possibile, alle gambe il compito di sollevare il corpo e alle braccia
quello di mantenere gli equilibri.
2) Le braccia
lavorano spesso in posizione alta e la tenuta degli appigli comporta un lavoro
muscolare di tipo isometrico. Questi due fattori condizionano notevolmente la
capacità di resistenza per problemi circolatori. Essendo infatti le braccia
dirette in alto e non in basso, come normalmente avviene, la quantità di sangue
che sta sopra il livello del cuore si oppone alla pressione arteriosa,
diminuendo l’irrorazione e quindi l’apporto di ossigeno (provate ad aprire e
chiudere le mani con lo stesso ritmo tenendone una in alto e una in basso per
vedere quale si stanca prima!). La contrazione statica prolungata comprime i
vasi sanguigni diminuendo ancor di più o del tutto il passaggio di sangue ossigenato
nei muscoli e il trasporto dell’acido lattico accumulato con il lavoro
anaerobico. E’ buona norma, quindi, non cercare prese troppo alte e, se ciò è
indispensabile, non tenerle a lungo, ma aver già progettato il passo successivo
per innalzare velocemente il corpo. Nei tratti più facili si deve facilitare il
recupero e l’irrorazione sanguigna con movimenti di decontrazione degli arti
superiori, ciondolandoli verso il basso in alternanza.
3)
I
lunghi tendini dei flessori delle dita sono sottoposti a carichi massimali, con
possibilità di lesioni nei distretti articolari (tendiniti). Questo è
l’inconveniente più comune per l’arrampicatore , che deve prendere alcuni
provvedimenti quali: a) usare correttamente i piedi per diminuire il carico
alle mani; b) sovrapporre quando è possibile il pollice all’indice, aumentando
così la tenuta sulla presa; c) rispettare una sensata gradualità nel passaggio
da vie facili a vie difficili; d) effettuare un buon riscaldamento che preveda
esercizi di allungamento graduale (stretching) dei flessori delle dita; e)
interrompere immediatamente l’attività al manifestarsi dei primi sintomi di
dolore.
4)

Essendo l’arrampicata
un’attività palesemente contro gravità, acquista notevole importanza il
rapporto peso-potenza dell’arrampicatore. Questo rapporto, che dipende anche
dalla struttura genetica, è migliorabile diminuendo la massa grassa; aumentando
la forza (e quindi anche il peso) dei distretti superiori a scapito di quelli
inferiori (la forza massima indispensabile è quella sufficiente ad una sola
gamba per sollevare il proprio corpo), seguendo allenamenti finalizzati
all’aumento della forza (utilizzo di impulsi nervosi capaci di reclutare il
maggior numero di miofibrille), limitando, per quanto possibile, l’aumento
della massa. L’arrampicatore ideale sarà quindi un atleta alto circa 170 cm.,
di peso non superiore a 60 Kg., con una notevole massa muscolare nella parte
superiore del corpo, poco muscoloso nella parte inferiore, con muscoli molto
elastici e articolazioni scioltissime, coordinato, riflessivo, ma con una buona
parte di estrosità, dotato di un buon autocontrollo e capacità di
autovalutazione.
Uso dei piedi - Come già detto l’uso
corretto dei piedi, è importante per il risparmio di energia e per una
progressione più fluida e sicura. Le scarpe d’arrampicata a suola morbida
possono essere usate in tre modi a seconda delle necessità: 1) in appoggio, 2)
in aderenza, 3) ad incastro. Nel primo caso possiamo scaricare
perpendicolarmente la forza-peso su di un appoggio netto. L’appoggio viene
effettuato preferibilmente con la parte anteriore interna della suola assumendo
una posizione frontale tipo “rana” con ginocchia aperte; viene usata anche la
parte anteriore esterna quando si progredisce fianco alla parete.

Il secondo metodo viene usato su appoggi inclinati
sui quali la forza peso viene supportata dalla forza d’attrito stabilitasi fra
il piano inclinato e la speciale suola della scarpa. Spesso viene usata
spingendo direttamente contro la parete verticale per effettuare passaggi
veloci. E’ inoltre indispensabile nella progressione in opposizione (camini e
fessure) nella quale la direttrice delle forze permette di salire appoggiando
le scarpe su parete più o meno vericale e liscia.

Il terzo metodo viene usato
dove esistono fessure in cui incastrare e torcere la scarpetta, permettendo di
scaricare per attrito la forza peso o parte di essa. E’ spesso doloroso in
quanto nella scarpetta è contenuto il piede.

Uso delle mani
- Spesso,
su pareti più o meno inclinate, si riesce a progredire con il baricentro che
cade dentro la base d’appoggio delimitata dalla proiezione dei segmenti
immaginari che uniscono le estremità degli arti. Le mani in questo caso servono
per mantenere l’equilibrio. Quando la parete è verticale, siamo già in precaria
condizione di equilibrio ( la base d’appoggio è una linea) e l’intervento degli
arti superiori diventa rilevante, per divenire poi molto intenso sui tratti
strapiombanti.
Dal punto di vista operativo, le mani possono agire
in trazione o in spinta. In trazione quando la mano afferra un appiglio sul
quale inserisce una forza intesa ad elevare o far aderire il corpo alla parete,
in spinta quando esercita una pressione sull’appiglio posto in basso, che in
questo caso viene utilizzato più come appoggio, sfruttando anche una componente
di attrito. Si possono dividere gli appigli in tre grandi gruppi: 1)
Orizzontali (più o meno grandi) sui quali si inserisce una forza diretta verso
il basso. 2) Verticali (più o meno obliqui) sui quali si inserisce una forza
che è diretta verso l’interno o l’esterno. 3) Rovesci sui quali si inserisce
una forza diretta verso l’alto o, più frequentemente, diretta verso il proprio
corpo per poterlo mantenere vicino alla parete. Nell’utilizzo di appigli
orizzontali (i più comuni), è buona norma tenere l’avambraccio molto vicino
alla parete e quando questi sono piccoli rinforzare la presa delle falangi
sovrapponendo il pollice all’indice. Quando si presenta l’opportunità (fessure),
le mani possono essere utilizzate in incastro, tecnica che, sfruttando
l’attrito tra due pareti contrapposte, risulta spesso dolorosa.
Il
movimento - Premesso che la
progressione in arrampicata è l’espressione della naturale motricità di ciascuno,
e quindi non assoggettabile a regole inderogabili, si può dire che esistono
alcuni metodi atti a rendere il gesto più sicuro e più economico. E’ bene
quindi, quando è possibile, procedere mantenendo tre punti fissi e uno mobile;
prevedere, quando si lascia un appiglio o un appoggio, quale sarà il posto
preciso su cui riappoggiarsi o appigliarsi; non precludersi la possibilità di
tornare alla posizione con avventurosi “ lanci” o prese troppo squilibranti;
far aderire il più possibile il bacino alla parete quando si passa da un
appiglio all’altro, diminuendo così il lavoro alla mano di tenuta per evitare
il distacco del corpo soprattutto in presenza di piccoli appigli. In salita,
sollevare prima gli arti inferiori (raccolta) e successivamente i superiori
(distensione).In discesa, abbassare prima gli arti superiori, studiare i
movimenti successivi staccandosi un po’ dalla parete e quindi abbassare gli
arti inferiori distendendosi.

In traversata,
spostare prima l’arto superiore nel verso della direzione, successivamente
l’arto inferiore corrispondente, per finire riunendoli.
Non disdegnare comunque l’esatto opposto e gli
incroci sia di mani che di piedi. E’ però più importante, per migliorare,
provare modi diversi per impostare lo stesso passaggio scoprendo così quale è
più sicuro o equilibrato o meno dispendioso. La corda dall’alto permette di
azzardare movimenti che possono sembrare assurdi, ma anche rivelarsi
risolutivi. Durante la progressione, sfruttare i passaggi più facili per
riposarsi, decontraendo gli arti superiori, preparando così i successivi
passaggi difficili che vanno affrontati con determinazione. Giocare con la
precisione delle prese, scoprendo che è complementare al gioco di piedi,
variare le due componenti studiandone gli equilibri. Provare ad escludere
l’utilizzo di alcune prese, per trovare nuovi movimenti e risolvere problemi
diversi, soprattutto dare sfogo alla propria fantasia (se ancora ce n’è).
Imbracatura - Controllare sempre di aver
infilato correttamente gli arti inferiori nei cosciali (non devono risultare
fettucce torte), controllare che tutte le fibbie siano correttamente bloccate
(la fettuccia deve passare tre volte nella fibbia, le prime due nello stesso
verso, la terza nel verso opposto). L’imbracatura va collegata alla corda o al
moschettone con ghiera con modalità che variano da modello a modello.
INFORMARSI!
Moschettoni - Permettono di installare
comodi e sicuri ancoraggi, hanno una tenuta di 2000 Kg se la trazione è nel
senso dell’asse maggiore e la leva è chiusa, 600 Kg. se la trazione è nel senso
dell’asse minore. Deduzione: controllare sempre la giusta disposizione
nell’imbracatura. Consiglio: evitare il moschettone di collegamento
all’imbracatura imparando l’apposito nodo (nodo a otto).
Moschettoni a
ghiera –
Vengono usati per effettuare manovre di corda in sicurezza, per collegare la
corda all’imbracatura, per allestire il “mezzo –barcaiolo”, nodo dinamico che
permette di assicurare il compagno evitando l’uso di attrezzi specifici. Controllare sempre che la ghiera sia chiusa.
Discensore a 8
- Può
essere usato come discensore o come freno per l’assicurazione del compagno di
cordata. In entrambi i casi, la corda passa ad asola dentro al cerchio maggiore
doppiando il cerchio minore. L’otto deve essere collegato all’imbracatura
tramite un moschettone a ghiera, ruotandolo in modo che la corda di tenuta
(quella che esce dall’otto andando verso il basso) sia a portata della mano più
forte. La manovra di assicurazione del compagno che sale va effettuata senza
mai lasciare il tratto di corda di tenuta. La frenata si ottiene abbassando la
mano di tenuta aumentando così l’attrito della corda. L’otto è un freno molto
dinamico (la corda scorre molto facilmente con un attrito relativo), questo fatto
diminuisce la violenza dell’impatto di chi vola, ma può anche bruciare le mani
di chi tiene se il volo è molto lungo (cosa che si verifica solo
nell’arrampicata da capocordata o in traversata) e il compagno molto pesante.
In questi casi è meglio utilizzare un metodo di assicurazione che si chiama
"nodo mezzo barcaiolo" (vedi figura). La manovra di arresto si
differenzia in questo caso, perché la mano di tenuta deve essere portata verso
l’alto .
Grigri - E' un ottimo attrezzo di assicurazione che funziona automaticamente.
Esso blocca la corda in caso di volo senza che l'assicuratore debba intervenire
attivamente, aumentando così il grado di sicurezza. Ma ATTENZIONE!! Se la corda non viene inserita nell'attrezzo in modo
corretto (come illustrato sul grigri stesso), è impossibile tenere un eventuale volo del compagno, quindi
provarne sempre, prima della partenza, la funzionalità tirando la corda di
tenuta per accertarsi che il grigri blocchi effettivamente il volo.


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Corda - Prima di attaccarcisi, controllare che non sia
attorcigliata (solo quando chi sale è molto più pesante di chi assicura è
consigliabile aumentare l’attrito sulla corda attorcigliandola un poco). E’ bene imparare a legarsi all’imbracatura
con il nodo di cordata (nodo a otto) illustrato nella figura.


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Cordini - Possono essere utili per varie manovre di corda.
Si chiudono ad anello con il nodo delle guide copiato così come per le fettucce
(vedi illustrazione). Vengono spesso usati come autobloccanti sulla corda
principale in discesa a corda doppia, nelle manovre di risalita su corda, e in
manovre di autosoccorso. I nodi autobloccanti più usati sono: il machard e il
prusik (vedi illustrazioni).

MODULO A TRE – L’arrampicata è un’attività potenzialmente pericolosa perché si svolge
su parete e quindi chi arrampica si trova più o meno distante dal terreno. In
caso di errore, non dovrebbe succedere niente di spiacevole, se tutte le norme
di sicurezza sono state rispettate, ma l’inesperienza e l’apprensione del
neofita assicuretore, possono portare a grossolani errori, il più comune dei
quali è quello di portare entrambe le mani a monte del sistema di frenata
(otto, mezzo barcaiolo, secchiello, ecc.) per bloccare il volo. Le possibilità
di tenuta in questo caso sono minime, soprattutto se la corda era lassa o se
chi arrampica è molto pesante a meno che non si stia usando un feno
autobloccante (gri-gri). Per aumentare la sicurezza di chi arrampica è bene
utilizzare un modulo a tre persone che si scambiano i ruoli:
1) arrampicatore 2)
assicuratore (colui che opera con il sistema frenante) 3) il secondo
assicuratore che tenendo in mano la corda che esce dalla mano dell’assicuratore
può bloccare il volo tenendo la corda se questo sbaglia la manovra come
precedentemente esposto.
Questo argomento vuole essere una semplice proposta
per mantenere vivo l’interesse di chi arrampica, evitando la noia di ripetere
sempre le stesse operazioni. L’ordine non è tassativo, tranne ovviamente per la
prima unità.
1) Obiettivo:
introduzione dell’argomento, impostazione dell’aspetto tecnico,
responsabilizzazione all’uso corretto dei materiali
Metodologia: globale, con arrampicata in
traversata seguita da puntualizzazioni sul corretto uso dei piedi, delle mani e
sulla corretta posizione del bacino. Indicazioni sul movimento in sicurezza e
scioltezza. Spiegazioni e prove controllate circa l’uso dei materiali di
assicurazione (una o due lezioni).
2) Obiettivo:
migliorare l’autocontrollo e l’equilibrio. Metodologia: Salite con assetto variabile
della posizione dei piedi per trovare momenti di maggior equilibrio e quindi
minor sforzo. Indicazioni sulle direttrici di applicazione della forza sugli
appigli in relazione alla posizione dei piedi (una lezione).
3) Obiettivo:
migliorare la distribuzione dello sforzo e la concentrazione.
Metodologia: Durante l’ascensione cercare
posizioni nelle quali poter restare con l’utilizzo di una sola mano
decontraendo l’altro arto superiore. Concentrarsi sull’utilizzo della minima
forza indispensabile per progredire evitando tensioni muscolari inutili o
dannose (una lezione).
4) Obiettivo:
migliorare la memoria motoria e l’autovalutazione.
Metodologia: ricordare successioni di
passaggi. Ripetere in discesa quello che si è fatto in salita (una lezione).
5) Obiettivo:
ampliare la gamma di scelta del gesto.
Metodologia: arrampicata fianco alla parete
(permette di mantenere il baricentro vicino ad essa anche in posizione di
massima raccolta), eliminare l’uso di alcune prese, evitare di usare prese che
stanno sopra l’altezza del capo, su salite facili (una lezione).
6) Obiettivo: migliorare la distribuzione dello sforzo.
Metodologia: trovare posizioni atte a scaricare il peso del corpo sui piedi,
rimanendo in equilibrio con una sola mano, con un solo dito, senza mani (su
appoggi grandi o su camini e diedri) (una lezione).
7) Obiettivo: ottimizzare l’uso dei materiali. Metodologia:
insegnare l’uso dei nodi più importanti, specificandone l’utilizzo e i vantaggi
(3 lezioni).
Valutazione - Soggettiva: miglioramento della
fluidità d’azione, della sicurezza, dell’autocontrollo. Oggettiva: superamento
di passaggi più difficili.
GIOCHI CON LA CORDA
Servono a prendere confidenza con le manovre di
corda, a migliorare l’autocontrollo e come alternativa durante le pause di riposo
o di attesa.

1) Il pendolo - Giunti a circa metà salita,
staccare le mani dalla parete, disporsi perpendicolarmente ad essa
appoggiandoci i piedi e percorrerla pendolando a destra e sinistra finché si
riesce ad appigliarsi alle prese della via accanto. Scendere in arrampicata.
2) Risalite - Salire le due corde che
scendono dall’ancoraggio, utilizzando due nodi autobloccanti; scendere con lo
stesso metodo (vedi figura).



Varianti - Risalire le corde usando un
autobloccante per l’imbracatura e un asola di corda da ricostruire ad ogni
innalzamento per i piedi.
Risalire le corde con due autobloccanti e scendere
con tecnica di corda doppia, utilizzando il discensore a 8, eseguendo le
seguenti manovre:
1) Salita con autobloccanti- 2)
Accorciare il cordino usato per il piede e collegarlo all’imbracatura rimanendo
appesi all’autobloccante superiore -
3) Inserire fra i due
cordini il discensore a 8 e collegarlo all’imbracatura con un cordino
sufficientemente lungo - 4) Costruire un’asola sulle corde, inserirci un piede,
innalzarsi e sbloccare l’autobloccante superiore - 5) Scendere con tecnica di
corda doppia accompagnando con una mano l’autobloccante sotto il discensore.
(Sperimentare il tutto a poca distanza da terra per verificare la lunghezza dei
cordini e la correttezza delle operazioni).
In ambiente naturale, l’aumento della frequenza
cardiaca e respiratoria viene attivata dalla fase di avvicinamento (solitamente
in salita ). Nelle palestre artificiali è sufficiente una corsetta o pochi
saltelli con slanci degli arti. In entrambi i casi, però, è bene prepararsi
motoriamente con esercizi di mobilizzazione articolare, sia con il metodo dei
molleggi, sia e soprattutto con esercizi che agiscono sull’inibizione del
riflesso di stiramento (stretching).
E’ altrettanto importante osservare una ponderata
gradualità nell’affrontare le ascensioni, partendo da quelle meno affaticanti per poi arrivare alle più
difficili.

|
Prospetto comparativo
delle scale di difficoltà |
|
UIAA |
Francese |
Americana |
Australiana |
Inglese |
|
III |
|
5.0 |
4 |
|
|
III+ |
3 |
5.1 |
5 |
|
|
IV- |
3c |
5.2 |
6 |
3a |
|
IV |
4 |
5.3 |
7 |
3b |
|
IV+ |
4a |
5.4 |
9 |
3c |
|
V- |
4b |
5.5 |
11 |
4a |
|
V |
4c |
5.6 |
13 |
4b |
|
V+ |
5a |
5.7 |
15 |
4c |
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VI- |
5b |
5.8 |
16 |
5a |
|
VI |
5c |
5.9 |
17 |
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VI+ |
6a |
5.10a |
18 |
5b |
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VII- |
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5.10b |
19 |
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VII |
6b |
5.10c |
20 |
5c |
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5.10d |
21 |
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VII+ |
6c |
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5.11a |
22 |
6a |
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VIII- |
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5.11b |
23 |
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VIII |
7a |
5.11c |
24 |
6b |
|
VIII+ |
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5.11d |
25 |
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IX- |
7b |
5.12a |
26 |
6c |
|
IX |
|
5.12b |
27 |
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XI+ |
7c |
5.12c |
28 |
7a |
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5.12d |
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X- |
8a |
5.13 |
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